L’OBSOLESCENZA PROGRAMMATA INFLUISCE NEGATIVAMENTE SULLA QUALITÀ EDILIZIA


Che esista una sommersa strategia commerciale, volta a definire un preciso ciclo vitale dei sistemi e dei materiali per l’edilizia, per limitarne la vita utile in esercizio?

Il piano che definisco “𝑶𝒃𝒔𝒐𝒍𝒆𝒔𝒄𝒆𝒏𝒛𝒂 𝑷𝒓𝒐𝒈𝒓𝒂𝒎𝒎𝒂𝒕𝒂 𝑬𝒅𝒊𝒍𝒆”, credo sia comparso nel settore edile verso la fine degli anni 70, in contemporanea con due rilevanti accadimenti, in grado di rivoluzionare l’edilizia.

L’avvento sul mercato edile delle guaine bitume polimero e il terremoto in Irpinia, in diverse modalità, favorirono la successiva affermazione del concetto speculativo del “𝑭𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝑹𝒊𝒇𝒂𝒓𝒆”.

Assistere oggi ad inspiegabili e precoci degradi ai prospetti degli edifici, potrebbe non essere casuale, ma frutto di un preciso piano.

Di difficile catalogazione le modalità con le quali si è affermata una metodologia di lavoro che prevede il fare per rifare a breve, esclusivamente rivolta ad un gratuito incremento di fatturato per produttori, imprese, rivenditori e applicatori e molto meno alle esigenze del committente finale.

Il fenomeno è stato probabilmente anche alimentato da condizioni collaterali, come la carenza tecnologica delle tariffe regionali dei prezzi in opera, dai miserevoli meccanismi d’appalto al ribasso, dalle fuorvianti politiche commerciali delle multinazionali e, non per ultimo, dall’italico “passa parola” fondato sul principio “ma si, tanto conviene a tutti”.

Materiali con prestazioni sorprendenti, davvero poco credibili, sostenuti da massicce campagne di marketing, in grado di convincere la maggior parte di tecnici e committenti, si moltiplicano anno dopo anno grazie ad una completa mancanza di organismi di controllo, in grado di valutarne le attendibilità.

Trovare schede tecniche che riportano dati totalmente contrari a quelli indicati nella relativa scheda di sicurezza (SDS), è oggi quasi una normalità, mentre dovrebbe essere perseguita penalmente come frode.

𝐓𝐄𝐂𝐍𝐎𝐋𝐎𝐆𝐎 𝐎 𝐎𝐁𝐒𝐎𝐋𝐄𝐒𝐂𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐏𝐑𝐎𝐆𝐑𝐀𝐌𝐌𝐀𝐓𝐀?

Un consumatore informato è quindi un problema per questo tipo di mercato speculativo, il risultato delle attività edili, dipende dalla qualità di progettazione ed esecuzione, laddove la volontà personale prevale.

Volendo, sappiamo bene che per la ristrutturazione del patrimonio architettonico esistente esistono sistemi in grado di garantire durabilità di oltre 30 anni invece dei 10 a cui il mercato ci ha abituato.

Sarebbe auspicabile l’istituzione di un albo speciale con i nomi degli operatori che hanno “toppato”, utile alla committenza e anche a quei professionisti che sarebbero stimolati a migliorare la propria competenza.

Più volte mi sono sentito richiedere da un tecnico la “migliore” pittura per garantire il risultato, ma alla domanda “cosa abbia impiegato per intonaci, rasature e stucchi”, mi sento rispondere “non lo so, ha fatto tutto l’impresa”!

Ma come è possibile che una stratigrafia di 40 mm mal eseguita si possa “apparare” con uno strato finale di pochi micron?

Anche un film pittorico di qualità poco potrà contro i degradi indotti da strati centimetrici di supporto sbagliati, magari incompatibili tra loro e/o con moduli elastici errati.

La conoscenza dei materiali e la corretta applicazione sono aspetti utili alla corretta progettazione e per soddisfare le prestazioni attese.

Il Tecnologo edile può assistere il progettista in questa fase, orientando su scelte opportune in funzione della tipologia di supporti da risanare.

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Grazie per la risposta. ✨

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