POSITION PAPER TECNICO
Tecnologie e criteri operativi per la riduzione del rischio sismico nel patrimonio edilizio dei Campi Flegrei
Stefano Lancellotti
Architetto · Tecnologo edile
settembre 2026
NOTA INIZIALE
Questo Position Paper propone una lettura tecnologica del problema della messa in sicurezza di Pozzuoli e, più in generale, dei Campi Flegrei.
L’obiettivo non è individuare una soluzione valida indistintamente per tutti gli edifici, ma definire un criterio:
“conoscere la costruzione e le sue vulnerabilità, stabilire la prestazione realmente necessaria e scegliere soltanto dopo, tra le tecnologie effettivamente capaci di conseguirla, quella più rapida, meno invasiva e maggiormente compatibile, quando possibile, con la permanenza degli occupanti”
La valutazione deve quindi essere condotta edificio per edificio e aggregato per aggregato, tenendo conto della tipologia strutturale, delle condizioni dell’esistente, delle eventuali tutele, delle opere complementari necessarie, dei tempi di esecuzione, delle interferenze con l’uso dell’edificio e del costo complessivo dell’intervento.
INDICE
- Non solo prestazione sismica
- Tre sistemi per tre diverse condizioni dell’edificio
2.1 Karma Cappotto Armato
2.2 Geniale Cappotto Sismico
2.3 Sistema Costruttivo ECOSISM - L’industrializzazione off-site: meno cantiere, più stabilimento
- Dal progetto alla produzione: il supporto tecnico ECOSISM
- Isolamento termico integrato più robusto
- Anche il comportamento estivo conta
- Due problemi che la tecnologia non risolve
7.1 Gli aggregati edilizi
7.2 Gli edifici sottoposti a tutela - Poca invasività non significa intervento minimo
- Dal principio alla strategia operativa
Nel dibattito sulla sicurezza degli edifici nei Campi Flegrei, e più in particolare a Pozzuoli, si parla molto di miglioramento sismico e, in questi giorni, è stata richiamata anche l’idea del “rammendo urbano” promossa da Renzo Piano: intervenire sull’esistente, curarlo, rigenerarlo, evitando per quanto possibile grandi stravolgimenti.
È un principio condivisibile.
Ma il “rammendo urbano” indica soprattutto una direzione culturale e di principio; resta poi il problema concreto di tradurla in tecnologie, processi, sistemi costruttivi e cantieri realmente attuabili.
Quindi con quali tecnologie possiamo realmente mettere in sicurezza una città densamente abitata, in tempi compatibili con l’emergenza e limitando per quanto possibile lo svuotamento degli edifici?
A mio avviso, questo è il passaggio che oggi manca nel dibattito, e riguarda sia gli edifici intelaiati in calcestruzzo armato sia il vasto patrimonio in muratura portante, in particolare di tufo.
Cambiano naturalmente i meccanismi di vulnerabilità, le verifiche e le modalità di intervento, ma rimane identica l’esigenza: ridurre il rischio rapidamente, limitando per quanto possibile l’invasività dei cantieri e lo sgombero degli occupanti.
NON SOLO PRESTAZIONE SISMICA
Il patrimonio costruito non si affronta con una tecnologia unica né con un repertorio ristretto di soluzioni.
Nel corso della mia attività professionale ho lavorato e continuo a lavorare con un ampio insieme di metodologie di rinforzo, consolidamento e riqualificazione delle strutture esistenti: calcestruzzi ad alte prestazioni fibroarmati, rinforzi mediante profili e lastre in acciaio, compresi i placcaggi Béton Plaqué con adesivi epossidici, ringrossi di telai in calcestruzzo armato mediante microcalcestruzzi FRC in classe 14/d a comportamento incrudente, irrigidimento degli impalcati mediante interventi estradossali e intradossali, rinforzi con FRP, FRCM e CRM e ancoraggi speciali ad altissima efficienza con sistema SMART TFEG.
A queste si affianca l’intero ambito dei materiali e dei cicli tecnologici necessari a completare correttamente gli interventi, dalla preparazione e riparazione dei supporti alle malte da consolidamento, agli intonaci, alle rasature, alle finiture e ai sistemi di isolamento, protezione e impermeabilizzazione dell’involucro.
Sono attività che fanno parte da oltre trent’anni del mio ambito professionale, sia sotto il profilo della consulenza tecnologica sia, quando previsto, della fornitura direzionale dei relativi materiali e sistemi.
Esistono poi ulteriori tecnologie specialistiche che conosco e considero nel quadro delle possibili soluzioni, pur non trattandole oggi con la stessa continuità.
Tra queste rientrano, ad esempio, il sistema CAM e le tecniche SICEM per la realizzazione di tiranti e catene mediante perforazioni di grande lunghezza con recupero dei liquidi di raffreddamento, per le quali posso verificare disponibilità, documentazione tecnica e possibilità di coinvolgimento degli interlocutori specialistici.
Restano inoltre pienamente da considerare, laddove tecnicamente praticabili e coerenti con gli obiettivi progettuali, strategie quali l’isolamento sismico e i sistemi di controllo attivo della risposta strutturale mediante Active Mass Damper (AMD).
Le richiamo nel quadro delle possibilità tecnologiche disponibili, senza assimilarle ai sistemi che attualmente tratto direttamente.
È all’interno di questo repertorio, e non in alternativa ad esso, che ritengo particolarmente interessanti per Pozzuoli le tecnologie sviluppate da ECOSISM, basate su un processo di progettazione e industrializzazione off-site che trasferisce una parte significativa delle lavorazioni dal cantiere allo stabilimento, alleggerendo e semplificando le attività sul posto.
Le tecnologie considerate non devono infatti essere intese necessariamente come alternative tra loro.
In funzione delle vulnerabilità presenti e degli obiettivi progettuali, più sistemi, materiali e tecniche possono concorrere allo stesso intervento, svolgendo funzioni differenti e coordinate.
Anche una soluzione basata su ECOSISM può quindi richiedere interventi su fondazioni, impalcati, collegamenti, murature, supporti, isolamento e finiture affidati ad altre tecnologie del medesimo percorso progettuale.
A Pozzuoli, però, ricorrono CONDIZIONI STRAORDINARIE:
perché il problema non riguarda soltanto quanto efficacemente si possa rinforzare un edificio, ma anche come farlo rapidamente, su larga scala e con il minore impatto possibile sulla vita degli occupanti.
A questo si aggiunge un ulteriore aspetto: quando alla funzione di miglioramento sismico viene associato contestualmente l’efficientamento energetico, una parte dell’investimento può produrre anche un ritorno economico misurabile attraverso la riduzione dei consumi e il relativo tempo di ritorno.
Non significa naturalmente che il risparmio energetico ripaghi automaticamente l’intero intervento di messa in sicurezza, ma che introduce una componente dell’investimento capace di generare nel tempo un beneficio economico diretto, cosa che un intervento esclusivamente strutturale non produce sotto forma di riduzione dei consumi.
Per questo, alla prestazione strutturale si aggiungono requisiti che in questo contesto assumono un peso determinante:
• rapidità di esecuzione;
• possibilità di operare prevalentemente dall’esterno;
• riduzione delle lavorazioni artigianali e delle variabili di cantiere;
• continuità d’uso dell’edificio, quando le condizioni lo consentono;
• maggiore programmabilità di tempi e costi;
• riqualificazione energetica contestuale all’intervento;
• convenienza economica complessiva rispetto ad altre strategie capaci di conseguire prestazioni realmente confrontabili.
Per convenienza economica complessiva non intendo naturalmente il semplice prezzo del materiale o il costo al metro quadrato, perché il confronto deve comprendere materiali, manodopera, durata del cantiere, opere accessorie, interferenze con gli ambienti abitati, eventuale trasferimento degli occupanti e tutte le ulteriori lavorazioni necessarie per conseguire gli stessi obiettivi sismici, energetici e di involucro.
Restano naturalmente pienamente valide, laddove tecnicamente praticabili, le soluzioni di isolamento sismico in fondazione e i sistemi di controllo attivo della risposta strutturale mediante Active Mass Damper (AMD), questi ultimi particolarmente interessanti negli edifici intelaiati in calcestruzzo armato quando risultino compatibili con le caratteristiche dinamiche della costruzione e con gli obiettivi dell’intervento.
Si tratta di strategie differenti, entrambe potenzialmente capaci di conseguire prestazioni elevate e, quando il progetto lo consenta, di essere integrate con i sistemi ECOSISM o con altre tecnologie di intervento sull’elevazione, previa specifica verifica, caso per caso, della compatibilità strutturale e funzionale tra i diversi sistemi, delle vulnerabilità che rimangono da affrontare e della coerenza complessiva con la configurazione dell’edificio e con gli obiettivi progettuali.
TRE SISTEMI PER TRE DIVERSE CONDIZIONI DELL’EDIFICIO
Le tecnologie ECOSISM non sono varianti dello stesso intervento e neppure tre gradini della stessa scala di sicurezza, ma rappresentano tre differenti ambiti di risposta, da scegliere in funzione della costruzione, delle vulnerabilità individuate e degli obiettivi progettuali.
È però possibile ordinarle secondo una progressione crescente dell’ampiezza e della radicalità dell’intervento:
KARMA CAPPOTTO ARMATO, quando l’intervento riguarda soprattutto l’efficientamento energetico dell’involucro e, negli edifici intelaiati, la sicurezza delle tamponature;
GENIALE CAPPOTTO SISMICO, quando l’edificio è recuperabile ma necessita di un intervento strutturale globale, dal miglioramento sismico fino, quando conseguibile, all’adeguamento;
SISTEMA COSTRUTTIVO ECOSISM, quando il recupero non risulta più tecnicamente o economicamente razionale e la strategia diventa quella della demolizione e ricostruzione.
Tre soluzioni differenti, accomunate dalla stessa impostazione industriale, ma non intercambiabili tra loro.
1) KARMA CAPPOTTO ARMATO





Karma Cappotto Armato interviene innanzitutto sull’involucro dell’edificio.
Negli edifici intelaiati in calcestruzzo armato, con tamponature non assunte come parte del sistema resistente, può essere configurato come presidio contro il ribaltamento fuori piano mediante profili in acciaio e ancoraggi strutturali dimensionati in funzione dello specifico edificio.
In questa configurazione non nasce come intervento globale sul sistema resistente dell’edificio, come può invece essere il Geniale Cappotto Sismico, ma interviene su una vulnerabilità locale particolarmente pericolosa: l’espulsione delle tamponature durante il terremoto, un fenomeno che il sisma del 31 luglio 2026 ha nuovamente mostrato in modo evidente anche nel territorio puteolano.
La sicurezza delle tamponature non deve però essere confusa con la verifica del telaio che le sostiene. Eliminare o ridurre un meccanismo locale non significa aver automaticamente risolto le vulnerabilità strutturali dell’intero edificio.
Karma non è inoltre limitato alla configurazione antiribaltamento.
Può essere utilizzato come sistema di involucro prefabbricato e armato anche su altre tipologie edilizie, comprese le costruzioni murarie e quindi il patrimonio in tufo, senza attribuirgli in questo caso le funzioni proprie di un intervento strutturale globale.
Devono naturalmente essere verificati il sistema di fissaggio, le condizioni del supporto e, sulle murature storiche, il comportamento dell’intera stratigrafia.
2) GENIALE CAPPOTTO SISMICO





Quando invece l’edificio è recuperabile ma presenta una vulnerabilità strutturale significativa, entra in gioco il Geniale Cappotto Sismico.
È probabilmente la tecnologia che assume il significato più particolare nel caso puteolano, perché consente di realizzare prevalentemente dall’esterno un nuovo sistema sismoresistente collegato alla costruzione esistente, con possibilità di conseguire, in funzione del progetto, della configurazione strutturale e delle condizioni effettive dell’edificio, obiettivi che possono andare dal miglioramento fino all’adeguamento sismico.
Questa impostazione trova un riscontro diretto anche nella produzione tecnica ReLUIS-DPC. Nel volume “Criteri e soluzioni per la progettazione di interventi integrati e sostenibili. Rafforzamento sismico ed efficientamento energetico di edifici esistenti”, al Capitolo 3, § 3.2.2 “Interventi su pareti in muratura: applicabilità, vantaggi e svantaggi”, pag. 36, vengono espressamente richiamati i “cappotti sismici” come esoscheletri ingegnerizzati costituiti da una membrana in calcestruzzo armato gettata entro un cassero a perdere formato da strati isolanti.
Lo stesso paragrafo richiama la necessità degli ancoraggi alle fondazioni e ai cordoli di piano e il ruolo dei solai rigidi e ben collegati nel trasferimento delle azioni ai nuovi pannelli.
Il riferimento bibliografico [95] utilizzato da ReLUIS è lo studio di Pertile, Stella, De Stefani e Scotta del 2021 sull’innovativo sistema ICF per il retrofit sismico ed energetico integrato, appartenente alla stessa famiglia tecnologica cui fa riferimento il Geniale Cappotto Sismico ECOSISM.
Può essere applicato sia agli edifici intelaiati in calcestruzzo armato sia agli edifici in muratura, ma questa affermazione non può essere intesa come applicabilità indistinta.
Nel caso dei telai occorre verificare la consistenza e la capacità degli elementi ai quali il nuovo sistema viene collegato.
Quando gli impalcati non risultino in grado di assicurare un’adeguata distribuzione delle azioni nel proprio piano o un efficace collegamento con le strutture verticali, possono rendersi necessari specifici interventi di consolidamento, irrigidimento e collegamento dei solai, da definire in funzione della tipologia costruttiva e del comportamento globale dell’edificio.
Nelle murature, e particolarmente nel costruito in tufo dei Campi Flegrei, occorre conoscere la qualità e la continuità muraria, i solai e le coperture, i collegamenti tra pareti e impalcati, gli eventuali cordoli, il comportamento fuori piano e la capacità reale delle connessioni previste di trasferire le azioni.
Il nuovo sistema esterno, inoltre, non risolve automaticamente eventuali carenze statiche o geotecniche della costruzione originaria.
Se queste esistono, devono essere affrontate con gli interventi necessari e possono incidere anche su tempi, costi e invasività complessiva dell’opera.
Il nuovo sistema deve inoltre trasferire alla fondazione le azioni che assorbe; occorre quindi verificare l’adeguatezza del sistema di fondazione esistente e, quando necessario, prevederne il rinforzo o realizzare nuove opere di fondazione.
Per Pozzuoli il vantaggio fondamentale rimane comunque evidente: una parte molto significativa dell’intervento può svilupparsi all’esterno e può consentire, quando la sicurezza iniziale dell’edificio e le diverse fasi di cantiere lo permettono, di continuare a utilizzare gli ambienti interni, eventualmente con limitazioni temporanee.
Nello stesso intervento vengono inoltre affrontati rinforzo strutturale e riqualificazione energetica dell’involucro, evitando, quando possibile, di programmare successivamente un secondo cantiere indipendente.
3) SISTEMA COSTRUTTIVO ECOSISM






La terza soluzione riguarda gli edifici per i quali il recupero non risulti più tecnicamente o economicamente razionale e sia preferibile procedere alla demolizione e ricostruzione.
Il Sistema Costruttivo ECOSISM utilizza una maglia metallica tridimensionale prodotta su misura sulla base del progetto, attraverso la quale vengono industrializzati e coordinati il cassero, gli isolanti e i componenti previsti.
È importante però non confondere questa maglia con la struttura resistente principale: il nuovo organismo strutturale viene realizzato in calcestruzzo armato, con armature e configurazione definite dal progetto.
È quindi la soluzione destinata ai casi nei quali la messa in sicurezza del patrimonio esistente lascia il posto alla sostituzione edilizia, mantenendo la stessa logica di industrializzazione che caratterizza le altre tecnologie ECOSISM.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda la possibilità di progettare il nuovo edificio secondo una logica sismoresistente orientata non soltanto alla salvaguardia della vita, ma anche alla limitazione del danneggiamento e alla continuità d’uso dopo il sisma, perseguendo configurazioni nelle quali la risposta strutturale rimanga prevalentemente in campo elastico per le azioni di riferimento stabilite dal progetto.
In un territorio come quello dei Campi Flegrei, caratterizzato dalla possibilità di eventi sismici ripetuti e ravvicinati nel tempo, questo tema assume un significato che va oltre la sola sicurezza strutturale.
L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto evitare il collasso e salvaguardare la vita, ma, quando tecnicamente ed economicamente perseguibile, limitare il danno agli elementi strutturali e non strutturali, ridurre le perdite economiche e aumentare la probabilità che l’edificio possa continuare a essere utilizzato anche dopo l’evento.
Più che contrapporre impropriamente edifici “antisismici” ed edifici “sismoresistenti”, è quindi più corretto ragionare in termini di livelli prestazionali: dalla salvaguardia della vita fino alla limitazione del danno e, nei casi in cui ciò costituisca uno specifico obiettivo di progetto, alla continuità d’uso.
Per Pozzuoli questo significa affrontare anche un’altra forma di riduzione degli sgomberi: non soltanto limitare l’allontanamento degli occupanti durante i lavori, ma progettare edifici che abbiano una minore probabilità di diventare inutilizzabili dopo ogni evento sismico significativo.
Non si tratta naturalmente di una prestazione automaticamente conferita dal sistema costruttivo.
Il comportamento degli elementi strutturali, il danneggiamento degli elementi non strutturali e degli impianti e la reale possibilità di continuare a utilizzare l’edificio dopo l’evento sono obiettivi distinti, che devono essere progettati e verificati sull’intero organismo edilizio.
L’INDUSTRIALIZZAZIONE OFF-SITE: MENO CANTIERE, PIÙ STABILIMENTO
È proprio l’industrializzazione off-site a costituire il denominatore comune dei tre sistemi appena descritti.
Significa trasferire fuori dal cantiere una parte significativa delle lavorazioni e del coordinamento esecutivo, portandoli in stabilimento, dove possono essere gestiti in condizioni più controllate e con maggiore precisione produttiva.
I moduli vengono predisposti industrialmente in funzione delle caratteristiche dell’edificio e del progetto, con gli isolanti e con gli altri componenti previsti, e successivamente trasferiti in cantiere già organizzati per la posa.
Questo non significa che il cantiere scompaia.
Connessioni, armature, getti, ancoraggi, finiture e tutte le lavorazioni specifiche previste dalle diverse configurazioni devono comunque essere eseguite sul posto.
Cambia però il rapporto tra ciò che viene progettato, preparato e controllato a monte e ciò che rimane affidato all’esecuzione in opera.
Il processo può quindi ridurre lavorazioni manuali, adattamenti, improvvisazioni, sfridi e interferenze e rendere maggiormente programmabili tempi e costi.
In un contesto complesso e densamente abitato come quello di Pozzuoli, il vantaggio non è soltanto produttivo.
Ridurre ciò che deve essere risolto direttamente in cantiere significa diminuire l’impatto sugli occupanti, abbreviare le fasi operative e rendere l’intervento più facilmente organizzabile.
Naturalmente anche la logistica deve essere verificata: accessibilità dei mezzi, movimentazione dei moduli, spazi disponibili, stoccaggi e reale disponibilità delle facciate possono condizionare la convenienza del processo nei diversi contesti urbani.
In termini semplici, la logica rimane questa: meno cantiere e più stabilimento.
DAL PROGETTO ALLA PRODUZIONE: IL SUPPORTO TECNICO ECOSISM
Produrre off-site elementi destinati a uno specifico edificio richiede che il progetto venga tradotto con grande precisione in informazioni direttamente utilizzabili per la produzione.
Per questo ECOSISM mette a disposizione, nell’ambito della fornitura, il supporto tecnico necessario allo sviluppo del modello tridimensionale, dello schema di posa e degli esecutivi di produzione dei moduli, senza che ciò debba essere confuso con la progettazione generale dell’intervento, che rimane in capo ai professionisti incaricati.
Il processo parte dal rilievo geometrico dell’edificio, che resta a carico della committenza oppure può essere affidato ad ECOSISM come prestazione aggiuntiva a pagamento, e dai progetti architettonici, strutturali e impiantistici predisposti dai progettisti.
Su questa base l’Ufficio Tecnico ECOSISM traduce il progetto nella geometria produttiva dei moduli, coordinando aperture, strutture, isolanti e interferenze impiantistiche.
La sequenza comprende normalmente:
• rilievo geometrico dell’edificio, a cura della committenza oppure affidato separatamente ad ECOSISM;
• acquisizione dei progetti architettonici, strutturali e impiantistici;
• sviluppo del modello 3D;
• definizione dello schema di posa;
• redazione degli esecutivi di produzione;
• approvazione da parte del cliente e dei progettisti;
• produzione su misura in stabilimento;
• posa organizzata in cantiere.
Lo sviluppo del modello 3D, dello schema di posa e degli esecutivi di produzione è compreso nella fornitura dei sistemi, mentre il rilievo costituisce attività distinta.
La progettazione integrata permette quindi di trasformare il progetto dell’edificio in una produzione sartoriale off-site, trasferendo a monte una parte di quelle decisioni e di quei coordinamenti che, nella costruzione tradizionale, vengono troppo spesso demandati al cantiere.
In sostanza, si definisce prima ciò che altrimenti rischierebbe di dover essere modificato, adattato o corretto dopo.
ISOLAMENTO TERMICO INTEGRATO PIÙ ROBUSTO
Un ulteriore elemento che accomuna i tre sistemi riguarda l’integrazione dell’isolamento termico direttamente nella loro configurazione.
Nelle configurazioni che prevedono rete metallica porta intonaco e uno strato di intonaco armato dell’ordine di circa 2 cm, l’isolante risulta protetto da un rivestimento meccanicamente più consistente rispetto alla configurazione ordinaria di molti sistemi ETICS, nei quali la protezione esterna è affidata a pochi millimetri di rasatura armata.
Ne deriva un involucro potenzialmente più robusto nei confronti di urti e sollecitazioni meccaniche, con una protezione dell’isolante che deve comunque essere valutata rispetto alla specifica stratigrafia adottata e alle relative prestazioni documentate.

Con isolanti e configurazioni adeguatamente scelti, ad esempio mediante prodotti in lana minerale idonei alla specifica applicazione, il sistema può inoltre contribuire alla protezione al fuoco della facciata, che rimane naturalmente una prestazione dell’intero pacchetto e non del solo materiale isolante.
ANCHE IL COMPORTAMENTO ESTIVO CONTA
La possibilità di scegliere gli isolanti nella configurazione dei moduli consente inoltre di adattare l’involucro alle reali esigenze climatiche.
Nel contesto dei Campi Flegrei ritengo particolarmente interessante valutare, sul lato esterno, anche materiali isolanti caratterizzati da adeguata capacità termica e comportamento favorevole nel periodo estivo, come canapa, sughero e legno mineralizzato, quando compatibili con il sistema e con la stratigrafia prevista.
Non si tratta soltanto di contenere le dispersioni invernali.
In un clima nel quale il problema estivo assume un peso crescente, occorre lavorare anche sull’attenuazione e sullo sfasamento dell’onda termica, valutando l’intera parete e non il singolo isolante: spessore, densità, calore specifico, conducibilità termica, posizione nella stratigrafia e comportamento dell’involucro esistente concorrono tutti al risultato.
La messa in sicurezza può così diventare contemporaneamente occasione per migliorare in maniera sostanziale le prestazioni energetiche dell’edificio, evitando, quando tecnicamente possibile, di programmare successivamente un secondo intervento sull’involucro.
DUE PROBLEMI CHE LA TECNOLOGIA NON RISOLVE
Restano aperte due questioni particolarmente complesse.
1) GLI AGGREGATI EDILIZI
L’unità strutturale reale non coincide necessariamente con la particella catastale, con il singolo condominio o con la proprietà.
Negli aggregati edilizi più fabbricati possono essere interconnessi e interagire sotto l’azione sismica. L’impostazione delle NTC 2018, della Circolare 2019 e dei documenti ReLUIS richiede perciò di riconoscere le unità strutturali e di valutarne le possibili interazioni, evitando di assumere automaticamente i confini proprietari o amministrativi come confini del comportamento strutturale.
Questo non significa che ogni isolato debba essere necessariamente trattato come un unico edificio o sottoposto a un unico modello globale. Significa però che la suddivisione dell’intervento deve derivare dalla conoscenza del comportamento reale delle costruzioni e dei rapporti con le porzioni adiacenti.
Anche quando sia possibile individuare Unità Minime di Intervento, la loro definizione non può prescindere dalla comprensione dell’aggregato e delle interazioni significative.
Il sisma non conosce condomìni, amministratori o particelle catastali.
Un programma serio di messa in sicurezza di Pozzuoli dovrà quindi individuare strumenti tecnici, amministrativi e decisionali capaci di operare alla scala realmente necessaria, evitando che interventi autonomi su facciate o proprietà diverse producano una semplice sommatoria di opere prive di una regia comune.
Questo problema riguarda anche l’applicabilità delle tecnologie qui descritte: disponibilità delle facciate, continuità dei nuovi elementi resistenti, distribuzione delle rigidezze e interazione con gli edifici adiacenti possono condizionare profondamente la fattibilità di una determinata soluzione.
2) GLI EDIFICI SOTTOPOSTI A TUTELA
La seconda questione riguarda gli edifici sottoposti a tutela architettonica o paesaggistica, condizioni che devono naturalmente essere tenute distinte.
In una situazione di emergenza sismica prolungata considero indispensabile che la tutela venga coordinata con la priorità della sicurezza delle persone mediante procedure speciali, tempi certi e percorsi autorizzativi compatibili con l’urgenza degli interventi.
Non significa negare la tutela, ma impedire che procedure pensate per condizioni ordinarie rallentino interventi destinati innanzitutto alla salvaguardia della vita umana.
Rimane però anche un problema sostanziale: un nuovo involucro, e ancor più un sistema strutturale esterno, può modificare geometrie, superfici, aperture, cornici e caratteri costruttivi che possono costituire essi stessi oggetto di tutela.
Accelerare le decisioni non significa quindi rendere automaticamente compatibile qualsiasi tecnologia, ma arrivare più rapidamente a una valutazione chiara di ciò che può e non può essere fatto.
Quando l’intervento risulti necessario e le condizioni dell’edificio e della tutela lo consentano, ritengo comunque razionale affrontare contestualmente sicurezza sismica ed efficienza energetica.
Programmare un primo cantiere strutturale e, poco dopo, un secondo intervento sull’involucro rischierebbe altrimenti di rappresentare, nei casi in cui l’integrazione risulti tecnicamente possibile, un doppio fallimento in termini economici, organizzativi e sociali.
Nei Campi Flegrei credo che non possiamo più permetterci di sprecare occasioni di intervento.
POCA INVASIVITÀ NON SIGNIFICA INTERVENTO MINIMO
A poco più di un mese dal sisma del 31 luglio 2026, nel dibattito sulla messa in sicurezza di Pozzuoli e dei Campi Flegrei sta emergendo con sempre maggiore insistenza l’indicazione di privilegiare interventi “soft”, tecnologie leggere e soluzioni poco invasive, soprattutto con l’obiettivo, certamente condivisibile, di ridurre i disagi agli abitanti e consentirne, quando possibile, la permanenza negli edifici.
Questa esigenza è stata posta esplicitamente anche da ReLUIS nell’ambito delle attività di supporto al Piano straordinario per i Campi Flegrei.
Nella documentazione dell’incontro tecnico dell’8 luglio 2025 viene infatti indicato tra gli obiettivi quello di illustrare possibili interventi di miglioramento sismico “di basso impatto, possibilmente eseguibili tutti dall’esterno”.
È un’impostazione pienamente comprensibile nel contesto flegreo, dove rapidità, interferenze con gli ambienti abitati e possibilità di limitare gli sgomberi assumono un peso determinante.
Lo stesso volume ReLUIS-DPC “Criteri e soluzioni per la progettazione di interventi integrati e sostenibili”, Capitolo 1, § 1.2 “Interventi integrati e sostenibili”, pagg. 15-16, chiarisce però che la possibilità di operare esclusivamente dall’esterno non costituisce una condizione generale: alcuni interventi, sia locali sia globali, possono essere eseguiti operando solo dall’esterno, mentre in altri casi, anche per le stesse tipologie di intervento, è necessario operare sia dall’interno sia dall’esterno.
Il problema, quindi, è verificare quali tecnologie possano realmente soddisfare questa condizione senza ridurne l’efficacia.
Non tutte le opere strutturalmente consistenti richiedono infatti l’accesso agli ambienti interni: interventi esterni possono comprendere, a seconda della configurazione dell’edificio, anche opere di rinforzo o integrazione delle fondazioni e collegamenti agli impalcati di piano realizzati prevalentemente dal perimetro della costruzione.
Diverso è il caso delle tecniche che interessano direttamente la muratura attraverso il suo spessore.
Un CRM correttamente realizzato sui due paramenti richiede necessariamente l’intervento anche sul lato interno e connessioni trasversali sistematiche; analogamente, un consolidamento mediante iniezioni non può essere considerato un intervento realmente eseguibile senza accesso agli ambienti posti sull’altro lato della muratura, perché nelle murature esistenti il percorso della miscela attraverso vuoti, giunti, fessure e discontinuità non è preventivamente controllabile e richiede quindi verifica, protezione e controllo anche del paramento interno.
La possibilità di operare dall’esterno non è dunque una proprietà generica delle tecniche di consolidamento, ma una condizione che deve essere verificata sulla specifica tecnologia, sull’edificio reale e, soprattutto, sulle sue effettive modalità esecutive.
È proprio per questo che la bassa invasività deve essere perseguita come risultato della scelta progettuale, senza diventare il criterio che ne determina preventivamente la consistenza.
Il problema nasce quando la poca invasività smette di essere un vantaggio della soluzione tecnicamente corretta e diventa invece il criterio dal quale partire per scegliere l’intervento.
Occorre chiarire subito un possibile equivoco: non sto contestando il principio conservativo del minimo intervento, quando con questa espressione si intende il minimo intervento realmente sufficiente a conseguire la prestazione necessaria.
Sto contestando l’operazione opposta: stabilire a priori che l’intervento debba essere “soft” o poco consistente e adattare successivamente a questa scelta la prestazione che si riuscirà a raggiungere.
In un contesto come il nostro, dove ogni decisione tecnica deve confrontarsi con costi, urgenze, difficoltà operative, mediazioni e pressione per il rapido rientro degli abitanti, esiste il rischio concreto che l’intervento venga progressivamente ridimensionato lungo il percorso decisionale ed esecutivo.
Se il messaggio di partenza è già “soft, leggero e poco invasivo”, ciò che arriverà realmente in cantiere potrebbe essere ancora meno consistente.
In altre parole, se già in partenza chiediamo il minimo disturbo possibile, nella pratica rischiamo di ottenere il minimo intervento possibile: e le due cose non coincidono affatto.
L’obiettivo iniziale dovrebbe quindi essere la prestazione necessaria a ridurre realmente la vulnerabilità.
Soltanto dopo aver stabilito con chiarezza ciò che occorre conseguire si dovrebbe individuare, tra le tecnologie realmente capaci di farlo, quella più rapida e meno invasiva.
Uno scuci e cuci di una lesione, una fasciatura locale con compositi, una rasatura armata o il ripristino di una tamponatura possono essere interventi perfettamente corretti quando rispondono a uno specifico meccanismo di danno, sono adeguatamente progettati e la loro efficacia è verificata.
Il rischio nasce quando la riparazione di ciò che appare danneggiato viene confusa con una reale riduzione della vulnerabilità dell’edificio.
Lo stesso problema riguarda alcuni sistemi di rinforzo delle murature.
È opportuno precisare che le tecniche richiamate in questo confronto fanno parte dello stesso ambito professionale nel quale opero e che tratto direttamente da molti anni.
Le osservazioni che seguono non esprimono quindi una contrapposizione tra famiglie tecnologiche, ma riguardano esclusivamente la loro appropriatezza rispetto al meccanismo da contrastare e alla prestazione richiesta.
Il caso del CRM applicato su un solo paramento è particolarmente significativo proprio perché viene oggi prospettato anche come soluzione capace di evitare interventi negli ambienti interni.
La Circolare 7/2019 richiama però espressamente la riduzione di efficacia dell’intonaco armato quando realizzato su un solo paramento e sottolinea il ruolo fondamentale delle connessioni trasversali.
Questo non significa affermare che un CRM monolaterale sia sempre inefficace.
Significa però che non può essere assimilato al medesimo sistema realizzato sui due paramenti e sistematicamente collegato attraverso lo spessore della muratura, né la semplice collocazione all’esterno può trasformarlo in una soluzione strutturalmente equivalente ad altri sistemi esterni.
Ed è proprio qui che ritengo necessario evitare un errore che considero particolarmente grave: CRM monolaterale e Geniale Cappotto Sismico non sono tecnologie omogenee né direttamente comparabili come alternative equivalenti soltanto perché entrambe possono essere eseguite dall’esterno.
Nel primo caso abbiamo, nelle configurazioni correnti considerate, un rinforzo diffuso di pochi centimetri, dell’ordine di circa 3 cm, applicato su un solo paramento e chiamato a collaborare con l’intera muratura esistente.
Nel secondo viene progettato e realizzato un nuovo sistema resistente esterno in calcestruzzo armato, correttamente collegato alla costruzione, che può raggiungere spessori complessivi dell’ordine di 25÷30 cm, con una componente strutturale in calcestruzzo dell’ordine di 10÷12 cm, secondo quanto stabilito dal progetto.
Naturalmente 12 cm non sono “quattro volte più efficaci” di 3 cm: sarebbe un confronto privo di significato.
Lo spessore non costituisce da solo una misura dell’efficacia strutturale, ma non è neppure un dato privo di significato fisico: sezione resistente, rigidezza, armature, collegamenti e percorso delle azioni concorrono tutti al funzionamento dell’intervento.
La differenza decisiva sta quindi nello schema resistente e nella funzione strutturale dei due sistemi.
Gli spessori aiutano semplicemente a rendere evidente anche materialmente che stiamo confrontando organismi profondamente diversi.
Metterli sullo stesso piano perché “entrambi si fanno dall’esterno” significa commettere un errore di categoria prima ancora che di calcolo.
La minore invasività del Geniale riguarda quindi il modo con cui viene realizzato un intervento strutturalmente consistente, non una rinuncia alla consistenza dell’intervento stesso.
Considerazioni analoghe, sotto un altro profilo, valgono per gli FRP.
Il composito non diventa efficace per il semplice fatto di essere applicato in corrispondenza di una lesione: occorre individuare il meccanismo da contrastare, definire correttamente orientamento e continuità delle fibre, verificare gli ancoraggi e, quando la funzione prevista lo richieda, assicurare un efficace confinamento.
Una “pezza” di carbonio applicata dove il danno è visibile non costituisce automaticamente una strategia di riduzione della vulnerabilità.
Anche per gli FRCM il basso spessore costituisce una caratteristica tecnologica, non una prestazione strutturale in sé.
La loro efficacia deve essere valutata rispetto al meccanismo da contrastare, alla capacità effettivamente mobilitabile del rinforzo, al trasferimento degli sforzi, agli ancoraggi e al supporto sul quale il sistema viene applicato.
Questo vale tanto per le murature quanto, con meccanismi e verifiche differenti, per il calcestruzzo armato.
Quando pochi millimetri di sistema vengono proposti come risposta a vulnerabilità significative, la domanda corretta non è semplicemente quanto sia sottile il rinforzo, ma quale capacità aggiuntiva riesca realmente a mobilitare e quale meccanismo di crisi governi dopo l’intervento.
A questi aspetti si aggiunge un problema spesso considerato secondario ma che, nel patrimonio murario dei Campi Flegrei, secondario non è affatto: la compatibilità delle malte e dell’intero ciclo tecnologico con la muratura esistente.
È un ambito sul quale lavoro da molti anni anche attraverso la collaborazione tecnica e commerciale con ZEOCALCE, azienda specializzata nella produzione di malte pozzolaniche per l’edilizia e il restauro, per la quale svolgo attività di supporto tecnologico, sviluppo applicativo e fornitura direzionale dei relativi sistemi.
Preparazione e regolarizzazione dei supporti, sarciture, ricoprimento delle reti, riporti, intonaci e rasature fanno parte dell’intervento tanto quanto l’elemento resistente vero e proprio.
Sulle murature storiche, e in particolare su quelle in tufo, l’impiego di matrici cementizie o ibride non può essere considerato automaticamente compatibile: caratteristiche meccaniche, comportamento igrometrico e rapporto con il supporto devono essere verificati nell’ambito dell’intero ciclo tecnologico.
Lo stesso rigore deve essere applicato alle tecnologie ECOSISM.
Una nuova lastra strutturale in calcestruzzo armato, distinta dalla muratura esistente, non è assimilabile a un intonaco cementizio direttamente aderente al tufo; ciò non esonera però dal verificare interfacce, connessioni, condizioni di umidità e salinità, capacità di asciugatura e comportamento della stratigrafia complessiva.
Negli aggregati edilizi il problema diventa ancora più complesso, perché intervenire soltanto sulla facciata accessibile o sulla porzione appartenente a un singolo condominio può non corrispondere affatto al comportamento reale dell’insieme.
Occorre infine evitare un’altra semplificazione: il fatto che in un determinato evento sismico il danno più evidente abbia interessato tamponature, cornicioni o altri elementi non strutturali non consente di dedurre automaticamente che le strutture portanti siano sufficientemente sicure rispetto agli eventi successivi.
Mettere in sicurezza una tamponatura è necessario quando quella vulnerabilità esiste, ma non equivale a verificare il telaio che la sostiene; allo stesso modo, il ripristino dell’agibilità dopo un sisma risponde a una finalità diversa e non può essere confuso con una valutazione complessiva della vulnerabilità futura dell’edificio.
Il principio che dovrebbe guidare qualsiasi strategia di intervento rimane quindi, a mio avviso, molto semplice: prima si conosce la costruzione e si individua la vulnerabilità, poi si stabilisce quale prestazione sia realmente necessaria e soltanto dopo si sceglie, tra le tecnologie capaci di conseguirla, quella più rapida, meno invasiva e maggiormente compatibile con la permanenza degli occupanti.
La poca invasività deve essere il risultato di una buona tecnologia, non il motivo per ridurre ciò che sarebbe necessario fare.
DAL PRINCIPIO ALLA STRATEGIA OPERATIVA
Tradurre il principio del “rammendo urbano” in una strategia realmente attuabile a Pozzuoli significa individuare soluzioni specifiche per condizioni diverse, capaci di rispondere alla stessa esigenza di sicurezza, rapidità, sostenibilità del cantiere e compatibilità, quando possibile, con la permanenza degli occupanti.
È importante chiarire, in conclusione, che le tecnologie ECOSISM qui approfondite non rappresentano per me un’alternativa esclusiva rispetto alle altre tecniche di consolidamento, rinforzo e riqualificazione, ma ulteriori strumenti all’interno di un repertorio tecnologico molto più ampio.
Il criterio non è quindi quello di privilegiare preventivamente una famiglia tecnologica rispetto a un’altra, ma di conoscere prima la costruzione, individuarne le vulnerabilità, stabilire la prestazione necessaria e scegliere soltanto dopo la soluzione capace di conseguirla con il miglior equilibrio possibile tra efficacia, rapidità, invasività, permanenza degli occupanti e costo complessivo dell’intervento.
La scelta, inoltre, non deve essere necessariamente intesa in termini di alternativa tra sistemi differenti.
Uno stesso edificio può richiedere l’integrazione di più tecnologie, destinate ad affrontare vulnerabilità e funzioni diverse: comportamento globale e meccanismi locali, impalcati, fondazioni, collegamenti, murature, involucro, materiali di ripristino e finiture.
La qualità dell’intervento dipende quindi anche dalla capacità di comporre correttamente questi elementi all’interno di una strategia coerente.
È su questo piano che, a mio avviso, le tecnologie ECOSISM meritano particolare attenzione nel contesto puteolano, negli edifici e nelle condizioni in cui risultino effettivamente applicabili, non come risposte precostituite, ma come tecnologie da valutare insieme alle altre possibilità disponibili e, quando necessario, da integrare con esse.
Il problema che pongo con questo Position Paper non è quindi stabilire quale tecnologia debba essere adottata a Pozzuoli.
Una scelta generale di questo tipo non può essere assunta in astratto, prescindendo dagli edifici reali, dalle loro vulnerabilità e dagli obiettivi prestazionali definiti dai progettisti e dai soggetti competenti.
Il contributo che ritengo di poter offrire è un altro: richiamare l’attenzione sulla necessità di ampliare il campo delle soluzioni considerate, distinguere tra interventi realmente poco invasivi e interventi semplicemente poco consistenti, valutare la concreta cantierabilità delle diverse tecnologie e considerare, quando necessario, la loro integrazione all’interno dello stesso intervento.
A chi avrà il compito di programmare, progettare e governare la messa in sicurezza del territorio spetterà naturalmente assumere le decisioni.
Da tecnologo, credo però sia mio compito mettere a disposizione conoscenze, esperienza applicativa e confronto tra tecnologie, affinché quelle decisioni possano essere assunte conoscendo anche possibilità che rischierebbero altrimenti di non entrare nel processo di valutazione.
Se questo Position Paper contribuirà almeno a spostare il confronto dalla ricerca della soluzione apparentemente più semplice verso la domanda più corretta, cioè quale prestazione occorra raggiungere e con quale tecnologia, o combinazione di tecnologie, sia possibile conseguirla nel modo più efficace e concretamente attuabile, avrà raggiunto il suo scopo.
Su questo terreno, qualora il mio contributo possa risultare utile, resto naturalmente a disposizione per eventuali confronti tecnici.