Quando si affronta la scelta di una finitura per facciate, una delle domande più ricorrenti è se sia preferibile utilizzare una pittura ai silicati oppure una pittura silossanica, quasi che si trattasse di due soluzioni appartenenti alla stessa famiglia tecnologica e differenziate soltanto dal prezzo, dal grado di idrorepellenza o dalla maggiore o minore permeabilità.
È proprio da questa apparente equivalenza che nasce l’equivoco, perché i due sistemi non si distinguono semplicemente per alcune prestazioni, ma per la natura del legante, per il modo in cui interagiscono con il fondo e, soprattutto, per le conseguenze che possono produrre quando vengono inseriti all’interno di una determinata stratigrafia muraria.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere posta nei termini consueti, chiedendosi quale delle due pitture sia genericamente migliore, ma dovrebbe partire da una considerazione più elementare e al tempo stesso più decisiva: una finitura non lavora mai da sola, perché costituisce l’ultimo strato di un sistema formato dalla muratura, dall’intonaco, dalle eventuali rasature e dai trattamenti precedenti, tutti materiali che, quando sono stati scelti correttamente, collaborano tra loro secondo un preciso equilibrio.

È per questa ragione che una pittura non può essere giudicata soltanto attraverso i dati riportati in scheda tecnica, senza comprendere la natura del supporto sul quale dovrà essere applicata e il comportamento dell’intera parete durante l’esercizio.
L’equivoco nasce dalla somiglianza dei nomi
Una parte rilevante della confusione deriva indubbiamente dalla somiglianza tra i termini silicato e silossano, che richiamano entrambi la presenza del silicio e finiscono per suggerire al lettore non specializzato una parentela molto più stretta di quella che esiste realmente.
La somiglianza tra i termini silicato e silossano induce infatti a considerare affini tecnologie che appartengono a mondi differenti;
SE LE PITTURE SILOSSANICHE FOSSERO COMUNEMENTE DESCRITTE COME PITTURE ACRILICHE MODIFICATE CON COMPOSTI ORGANOSILICIO, MOLTI EQUIVOCI SUI LORO AMBITI DI IMPIEGO PROBABILMENTE NON ESISTEREBBERO.
Il problema, tuttavia, non è soltanto terminologico, perché da questa vicinanza apparente è derivata nel tempo l’abitudine di prescrivere i due prodotti come alternative quasi intercambiabili, talvolta accompagnando la scelta con la sola indicazione che la finitura debba essere “traspirante”.
In questo modo si finisce per confrontare materiali che possono presentare entrambi una buona permeabilità al vapore, ma che instaurano con il supporto rapporti completamente differenti, come se la misurazione di un singolo parametro fosse sufficiente a definire il comportamento dell’intera stratigrafia.
La pittura ai silicati appartiene alla logica dei supporti minerali
Le pitture ai silicati di potassio nascono per essere applicate su fondi minerali e per instaurare con essi un rapporto che non è riconducibile alla semplice formazione di una pellicola superficiale, poiché il legante reagisce con il supporto compatibile attraverso il processo di silicizzazione e diventa parte integrante del sistema, quasi fossero un’estensione, aggiornata attraverso una diversa tecnologia, delle millenarie tinte a calce che per secoli hanno protetto e decorato le murature senza interrompere la continuità minerale tra fondo e finitura.

Questa caratteristica consente loro di accompagnare il comportamento del supporto mantenendo la coerenza della stratigrafia, una qualità particolarmente importante nelle murature porose, negli intonaci di calce, nelle malte pozzolaniche e, più in generale, in tutti quei sistemi nei quali il passaggio dell’umidità e la capacità di assorbire e rilasciare acqua costituiscono parte del normale funzionamento della parete.
La loro coerenza con il costruito storico non impedisce, tuttavia, che possano essere utilizzate con piena efficacia anche nell’edilizia moderna o per le infrastrutture, perché un calcestruzzo o un intonaco cementizio eseguito su laterizio continuano a essere supporti minerali sui quali il silicato di potassio può reagire e mantenersi correttamente in esercizio, motivo per cui questa tecnologia trova applicazione non soltanto nel restauro ma anche nella protezione di superfici contemporanee come il calcestruzzo architettonico e/o infrastrutturale.
Questa capacità di adattarsi sia ai supporti tradizionali sia a molti supporti moderni dimostra che non ci troviamo di fronte a un prodotto relegato al restauro, ma a una tecnologia minerale capace di estendere al costruito contemporaneo lo stesso principio che aveva guidato per secoli l’impiego delle tinte a calce: proteggere e decorare la superficie senza separarla dal supporto mediante una pellicola sovrapposta.

La pittura ai silicati non rappresenta quindi soltanto una diversa formulazione chimica, ma un diverso modo di concepire la protezione della facciata, fondato sul legame con il fondo e sulla continuità tra i materiali che compongono la stratigrafia.
Il percorso inverso non produce lo stesso risultato
È proprio confrontando le due direzioni applicative che emerge la differenza più importante, perché l’uso di una pittura ai silicati su un supporto minerale moderno non altera la logica di funzionamento della stratigrafia, mentre l’introduzione di una pittura acril-silossanica su una muratura storica in tufo, rivestita con un intonaco di calce pura o pozzolanica, può costituire un errore molto grave.
In questo secondo caso non si sta semplicemente sostituendo una finitura con un’altra avente prestazioni differenti, ma si introduce all’esterno di un sistema minerale poroso uno strato appartenente a una diversa logica tecnologica, capace di ostacolare il funzionamento coordinato degli elementi sottostanti.
Una muratura in tufo, soprattutto se storica, non è una superficie inerte sulla quale applicare indifferentemente qualsiasi rivestimento, ma un organismo costruttivo che gestisce l’umidità attraverso la porosità dei propri materiali e attraverso la collaborazione tra supporto, intonaco, rasatura e finitura.

Se gli strati sono costituiti da materiali coerenti, l’intera stratigrafia lavora in sinergia, assorbendo, distribuendo e rilasciando l’umidità secondo un equilibrio che può essere delicato ma funzionale; applicare su questo sistema una pittura acril-silossanica significa inserire un elemento di impedimento che, pur potendo risultare permeabile al vapore secondo i valori dichiarati, non partecipa allo stesso modo al comportamento minerale della parete.
È questa l’asimmetria che spesso non viene compresa: una tecnologia minerale può trovare applicazione anche su gran parte del costruito moderno, mentre una tecnologia organica sviluppata per l’edilizia contemporanea non diventa automaticamente compatibile con il costruito storico soltanto perché viene descritta come traspirante o idrorepellente.

La traspirabilità non può essere l’unico criterio di scelta
La diffusione delle pitture silossaniche viene spesso giustificata richiamando la loro capacità di limitare l’assorbimento dell’acqua meteorica e, nello stesso tempo, di consentire il passaggio del vapore, caratteristiche che vengono presentate come prova sufficiente della loro idoneità anche sulle murature tradizionali.
Il ragionamento, però, è incompleto, perché la permeabilità al vapore rappresenta soltanto una delle proprietà da considerare e non descrive il rapporto complessivo che il materiale instaura con gli strati sottostanti.
Una finitura può possedere un buon valore di diffusione del vapore e continuare, nello stesso tempo, a costituire un rivestimento filmogeno di natura organica, con un comportamento nei confronti dell’acqua liquida, dell’adesione, dell’invecchiamento e della presenza di sali differente da quello di una pittura minerale.

Parlare genericamente di traspirabilità senza distinguere questi aspetti significa ridurre una questione complessa a un unico numero, trascurando il fatto che il corretto funzionamento di una muratura dipende dall’equilibrio dell’intero pacchetto e non dalla prestazione isolata dell’ultimo prodotto applicato.
Questo diventa ancora più evidente quando la parete presenta fenomeni di umidità o di trasporto salino, perché in tali condizioni la finitura non deve soltanto lasciar migrare il vapore, ma deve evitare di diventare un punto di discontinuità rispetto a un intonaco poroso e a un supporto che continuano a scambiare umidità con l’ambiente.
In una stratigrafia minerale correttamente concepita, ogni componente dovrebbe favorire il funzionamento dell’insieme; se l’ultimo strato risponde a una logica diversa, il rischio è che il sistema perda proprio quella continuità che ne garantiva l’equilibrio.
Il valore Sd e la teoria di Künzel
Quando si parla di pitture per esterni, uno dei parametri più frequentemente richiamati è il valore Sd (spessore di aria equivalente), espresso in metri, che indica lo spessore equivalente d’aria capace di opporre alla diffusione del vapore la stessa resistenza del materiale considerato; quanto più questo valore è basso, tanto minore sarà quindi l’impedimento offerto dal rivestimento al passaggio del vapore acqueo.

A esso si affianca il coefficiente W (coefficiente di assorbimento d’acqua), che descrive invece la quantità d’acqua assorbita per capillarità dalla superficie e consente di valutare il comportamento della finitura nei confronti della pioggia battente.
La teoria di Künzel mette in relazione questi due valori partendo dall’esigenza di individuare rivestimenti capaci di limitare l’ingresso dell’acqua liquida senza ostacolare eccessivamente la diffusione del vapore proveniente dalla parete. Secondo questa impostazione, il prodotto tra il coefficiente di assorbimento d’acqua W e il valore Sd deve soddisfare la seguente relazione:
W × Sd < 0,1 kg/(m·h^0,5)
Questa relazione esprime la necessità di valutare congiuntamente la resistenza opposta alla diffusione del vapore e la quantità d’acqua assorbita per capillarità, evitando di giudicare una finitura sulla base di uno solo dei due parametri.
Un basso valore Sd, infatti, non comporta necessariamente una scarsa protezione dalla pioggia, così come un ridotto coefficiente W non garantisce da solo il corretto comportamento igrometrico del rivestimento; ciò che interessa è la capacità del sistema di limitare l’ingresso dell’acqua meteorica senza ostacolare il passaggio del vapore, equilibrio che una pittura ai silicati di potassio correttamente formulata può raggiungere mantenendo, nello stesso tempo, la propria natura minerale e il profondo legame con il supporto.
Il problema, infatti, non può essere ridotto alla semplice alternativa tra “l’acqua entra” e “l’acqua non entra”, perché nel costruito reale una certa quantità di umidità riesce comunque a raggiungere la parete attraverso la pioggia battente, la condensa interstiziale, l’umidità residua dei materiali, le microcavillature che inevitabilmente si formano nel tempo, gli assorbimenti localizzati o piccole infiltrazioni.
La vera differenza non sta quindi nell’impossibile obiettivo di impedire qualsiasi ingresso d’acqua, ma nel BILANCIO DELL’UMIDITA cioe nella capacità della stratigrafia di assorbire questa umidità, distribuirla senza creare concentrazioni dannose, smaltirla progressivamente e ritornare nel più breve tempo possibile alla propria condizione di equilibrio.
La teoria di Künzel costituisce pertanto un riferimento importante per valutare due aspetti essenziali del comportamento di una finitura, ma non può essere interpretata come una verifica completa della sua compatibilità con qualunque supporto, poiché i valori W e Sd descrivono proprietà misurate sul rivestimento e non l’insieme delle relazioni che si instaurano tra muratura, intonaco, rasatura e pittura durante la vita dell’edificio.
La facciata reale non è quella del laboratorio
Il limite emerge con maggiore evidenza quando si passa dalle condizioni di prova alla superficie reale, perché gli intonaci, indipendentemente dalla loro natura e dalla qualità dell’esecuzione, non rimangono perfettamente integri nel tempo, ma sono progressivamente interessati da ritiri igrometrici, variazioni termiche, tensioni tra materiali differenti, movimenti strutturali e normali fenomeni di esercizio che producono cavillature, microlesioni e discontinuità, talvolta così minute da non essere immediatamente percepibili a occhio nudo ma sufficienti a consentire all’acqua meteorica di penetrare nel sistema.
In queste condizioni la quantità d’acqua assorbita dalla facciata non dipende più soltanto dal coefficiente W misurato sulla superficie integra, perché alle modalità di assorbimento del materiale si aggiungono percorsi preferenziali che attraversano le fessurazioni del rivestimento e dell’intonaco.

Il comportamento in esercizio viene quindi condizionato non solo dalle prestazioni iniziali della pittura, ma anche dal modo in cui essa reagisce alla perdita di continuità della superficie sulla quale è stata applicata.
È proprio sotto questo aspetto che la differenza tra una finitura filmogena e una pittura ai silicati di potassio assume un peso determinante, poiché la prima affida una parte rilevante della propria capacità protettiva alla continuità del film superficiale e diventa più vulnerabile quando questo viene interrotto, mentre il silicato penetra nel fondo e si lega al supporto minerale senza dipendere esclusivamente dall’integrità di una pellicola sovrapposta.
Quando la facciata si cavilla, dunque, il confronto non riguarda più soltanto i valori W e Sd dichiarati su campioni integri, ma il comportamento reale di due tecnologie profondamente diverse di fronte alle inevitabili discontinuità che accompagnano l’invecchiamento dell’edificio, differenza che emerge anche nelle modalità di degrado.
Le finiture filmogene tendono infatti ad affidare la propria efficacia alla permanenza del film superficiale e possono manifestare nel tempo fenomeni di irrigidimento, cavillatura, distacco o sfogliamento; una pittura ai silicati, al contrario, non basa il proprio comportamento sulla conservazione di una pellicola sovrapposta al supporto e tende a consumarsi progressivamente per erosione superficiale, mantenendo la continuità minerale con il fondo anche durante il processo di invecchiamento.
Il costruito storico richiede continuità, non semplici prestazioni dichiarate
Negli edifici storici la scelta della finitura dovrebbe essere sempre preceduta dalla lettura dei materiali esistenti, della storia manutentiva e delle condizioni igrometriche della muratura, perché un intonaco apparentemente uniforme può nascondere rappezzi cementizi, vecchi cicli organici, zone decoese, presenza di sali o differenti capacità di assorbimento.
In un quadro così articolato, l’applicazione di una pittura acril-silossanica non può essere considerata una scelta neutra, perché rischia di sovrapporre a una stratigrafia nata per lavorare attraverso la porosità un rivestimento che ne modifica il comportamento superficiale.
Le pitture ai silicati, al contrario, appartengono alla stessa logica dei fondi minerali e proprio per questo rappresentano la prosecuzione più coerente di una stratigrafia composta da muratura porosa, intonaco di calce o malta pozzolanica e rasatura minerale.
Non è una questione di preferenza estetica o di fedeltà alla tradizione, ma di rispetto del funzionamento fisico della parete, che non deve essere interrotto dall’inserimento di un materiale estraneo rispetto agli altri strati.
Dire che una pittura silossanica può essere applicata anche su un edificio storico è quindi un’affermazione puramente esecutiva, perché quasi ogni prodotto può essere materialmente steso su una superficie se questa viene opportunamente preparata; ben diverso è sostenere che quella scelta sia corretta dal punto di vista tecnologico e compatibile con il comportamento del sistema murario.
È su questa distinzione che si misura la differenza tra la semplice applicabilità di un prodotto e la sua reale idoneità.
La finitura non può compensare una stratigrafia sbagliata
La pittura costituisce l’ultimo elemento di una stratigrafia e non può essere chiamata a risolvere problemi che appartengono alla muratura, agli intonaci o ai dettagli costruttivi, poiché nessuna finitura può eliminare un’infiltrazione proveniente da una copertina deteriorata, correggere un cornicione privo di gocciolatoio, neutralizzare una risalita capillare ancora attiva o rendere compatibile un intonaco cementizio applicato su una muratura che lo rigetta.
Prima di scegliere il prodotto finale occorre quindi comprendere come arriva l’acqua, quali materiali sono presenti, in quale modo interagiscono e se la stratigrafia conserva ancora una continuità funzionale.
Una volta risolte queste questioni, la finitura dovrebbe accompagnare il comportamento della parete e non costringerla a lavorare secondo una logica differente.
È proprio in questa capacità di non interrompere la continuità minerale che il silicato di potassio mostra il proprio valore, perché può proteggere la superficie senza trasformarsi in un elemento di separazione rispetto al sistema sottostante.
La scelta corretta nasce dalla continuità della stratigrafia
Alla fine del ragionamento, non è più possibile mettere sullo stesso piano due tecnologie che instaurano con il supporto rapporti profondamente diversi.
La pittura ai silicati di potassio nasce per legarsi ai fondi minerali e può essere utilizzata correttamente non soltanto sulle murature storiche e sugli intonaci di calce, ma anche su intonaci cementizi e superfici in calcestruzzo opportunamente preparate, mantenendo continuità con la natura del supporto e senza affidare la propria efficacia alla permanenza di un film superficiale.

La pittura acril-silossanica, invece, anche quando presenta valori favorevoli di permeabilità al vapore e di assorbimento d’acqua, resta una finitura organica filmogena e proprio per questo non può essere introdotta senza conseguenze all’interno di una stratigrafia minerale porosa, soprattutto quando muratura, intonaco e rasatura sono stati concepiti per lavorare insieme nella gestione dell’umidità.
In tali condizioni non rappresenta una semplice alternativa alla pittura ai silicati, ma un elemento capace di modificare il funzionamento di un sistema che aveva trovato il proprio equilibrio nella continuità dei materiali.
Per questa ragione, quando il supporto è minerale e la stratigrafia conserva una propria coerenza, la scelta del silicato di potassio non deriva da una preferenza commerciale o da un richiamo alla tradizione, ma dalla necessità di non interrompere un comportamento già corretto.
La finitura migliore non è quindi quella che promette genericamente più idrorepellenza o che presenta il dato più favorevole preso isolatamente, ma quella che protegge la facciata continuando a farla funzionare secondo la natura dei materiali che la compongono.
In questo senso, silicati e silossanici non sono semplicemente pitture diverse: appartengono a due concezioni differenti della protezione del costruito, e confonderle significa rischiare di trasformare l’ultimo strato della parete nel punto in cui si interrompe l’equilibrio dell’intera stratigrafia.

Un pensiero su “PITTURA AI SILICATI O SILOSSANICA? PERCHÉ NON SONO LA STESSA COSA”