Confronto tra un edificio al termine dei lavori e lo stesso edificio interessato da degrado precoce dopo 5-15 anni.

IN EDILIZIA FARE I LAVORI NON SIGNIFICA AVER RISOLTO


Il giudizio della fisica e del tempo

Nota sulle immagini — Le immagini che accompagnano questo articolo sono state elaborate digitalmente per rappresentare situazioni tecniche ricorrenti. Non documentano cantieri specifici, perché l’obiettivo non è attribuire responsabilità a singoli interventi, ma mostrare come determinate scelte possano produrre effetti differenti nel tempo. Fa eccezione la sequenza fotografica conclusiva del bassorilievo veneziano, per la quale sono riportati autore e fonte.

1. L’equivoco contenuto nell’espressione «fare i lavori»

Nel linguaggio comune, soprattutto tra chi non opera direttamente nel settore delle costruzioni, l’espressione «abbiamo fatto i lavori» viene utilizzata quasi sempre come se contenesse già la conclusione dell’intera vicenda e significasse, in sostanza, che il problema sia stato affrontato e risolto.

Il ragionamento implicito appare semplice e rassicurante: un edificio manifesta un difetto, viene deciso un intervento, si apre un cantiere, i lavori vengono eseguiti e, una volta terminati, il problema dovrebbe appartenere al passato.

Committente osserva operai impegnati nel rifacimento della facciata di un edificio degradato.
Il ponteggio, gli operai e le nuove superfici rendono visibile che qualcosa viene fatto, ma non dimostrano che il problema sia stato interpretato correttamente e realmente risolto.

In edilizia, tuttavia, il fatto che un’attività sia stata materialmente eseguita non dimostra affatto che il fenomeno sia stato compreso, che la sua causa sia stata individuata correttamente o che la soluzione adottata fosse realmente idonea al caso specifico.

Il cantiere rappresenta soltanto la fase visibile di un processo molto più lungo, all’interno del quale le decisioni determinanti vengono spesso assunte prima ancora che un materiale arrivi sul posto o che un’impresa inizi a operare.

È proprio questa parte invisibile a sfuggire più facilmente all’immaginario collettivo, perché le attività che precedono l’esecuzione non producono immediatamente un risultato tangibile, mentre il ponteggio, le demolizioni, le nuove superfici e le opere ultimate restituiscono l’impressione concreta che qualcosa sia stato fatto e che, proprio per questo, qualcosa sia stato necessariamente risolto.

2. Un lavoro può essere eseguito bene e risultare comunque sbagliato

Quando si valuta un intervento edilizio si tende quasi inevitabilmente a concentrarsi sulla qualità dell’esecuzione, immaginando una scala che comprenda lavori fatti molto bene, mediamente bene, sufficientemente bene, leggermente male, mediamente male o decisamente male.

Questa classificazione è immediata, comprensibile e anche utile, perché consente di distinguere un’applicazione accurata da una lavorazione approssimativa, ma non è sufficiente a descrivere la reale qualità dell’intervento.

Si può infatti eseguire molto bene una soluzione progettata male, così come si può eseguire male una soluzione perfettamente idonea al caso specifico.

Intonaco cementizio applicato accuratamente su una muratura in tufo, con successivo degrado dovuto all’incompatibilità del sistema.
La correttezza della posa non coincide con la correttezza della soluzione: un intervento può rispettare spessori, tempi e modalità applicative ed essere comunque fondato su una scelta tecnicamente inappropriata.

Nel primo caso l’impresa può rispettare gli spessori, le sequenze applicative, i tempi di maturazione e tutte le indicazioni ricevute, ottenendo un risultato formalmente impeccabile che resta però fondato su una scelta inappropriata; nel secondo caso, invece, una corretta lettura del problema e una soluzione tecnicamente coerente possono essere compromesse da errori di posa, sostituzioni arbitrarie, insufficiente preparazione del supporto o mancato controllo delle lavorazioni.

Per questa ragione la domanda «i lavori sono stati eseguiti bene?» non può essere considerata conclusiva, perché prima ancora occorrerebbe chiedersi se fossero davvero quelli i lavori da eseguire, se il fenomeno fosse stato interpretato correttamente e se i materiali scelti fossero compatibili con il comportamento reale del manufatto.

In assenza di questa verifica, si corre il rischio di confondere la precisione dell’esecuzione con la correttezza dell’intervento, mentre sono due piani distinti che possono coincidere, ma possono anche divergere completamente.

3. Prima del cantiere esiste un intero processo decisionale

Ogni intervento sul costruito dovrebbe derivare da un percorso che parte dall’osservazione del fenomeno, prosegue attraverso la raccolta delle informazioni, la formulazione di ipotesi, l’eventuale esecuzione di prove e approfondimenti, l’individuazione delle cause più probabili e la valutazione delle conseguenze che ciascuna scelta potrà produrre nel tempo.

Soltanto dopo questo percorso dovrebbe arrivare la definizione dell’intervento, che non consiste semplicemente nell’individuare un prodotto o un ciclo applicativo, ma nel comprendere in quale modo quella soluzione entrerà in relazione con materiali esistenti, condizioni ambientali, movimenti, umidità, temperature, carichi e trasformazioni future.

La difficoltà è che proprio in questa fase, nella quale si concentra la parte più delicata dell’attività tecnica, non esiste una garanzia automatica di correttezza.

Diagnosi, rilievi, progetto, selezione dei materiali e lavorazioni rappresentati prima e durante il restauro di un edificio.
Il cantiere è soltanto la fase visibile dell’intervento. Prima dell’esecuzione vengono l’osservazione, la diagnosi, l’interpretazione dei fenomeni, la progettazione e la selezione dei materiali.

Anche chi attribuisce grande importanza alla diagnosi, alla progettazione e alla selezione dei materiali può sbagliare interpretazione, sopravvalutare un dato, trascurare un’interazione o ritenere secondario un elemento che il tempo dimostrerà invece determinante.

Si arriva così al punto più scomodo dell’intero ragionamento: come si può essere sicuri che chi propone una soluzione, compreso chi scrive queste considerazioni, possieda davvero le capacità, le competenze e l’esperienza necessarie per individuare correttamente il da farsi?

Il titolo professionale, il curriculum, la notorietà, il prestigio dello studio, le certificazioni, i premi ricevuti o la sicurezza con la quale viene esposta una tesi possono costituire elementi di valutazione, ma non trasformano automaticamente un’interpretazione in una verità fisica.

4. Quando la compatibilità materica viene ignorata

L’impiego di intonaci cementizi su murature in tufo rappresenta uno degli esempi più chiari della distanza che può esistere tra lavoro eseguito e problema risolto, perché la nuova superficie può apparire uniforme, compatta e perfettamente riuscita al termine del cantiere, mentre la muratura continua a essere costituita da un materiale poroso, igroscopico e meccanicamente debole, sottoposto a scambi di umidità e migrazioni saline che non vengono cancellati dalla presenza di un rivestimento più rigido e matericamente incompatibile.

Quando il degrado si manifesta dopo alcuni anni attraverso distacchi, rigonfiamenti, efflorescenze, alterazioni cromatiche e perdita delle finiture, la reazione più frequente consiste nel trattare ancora una volta la superficie, grattando le parti deteriorate, stuccando localmente e ritinteggiando la fascia interessata, come se il problema fosse nato da una manutenzione insufficiente o da un difetto della pittura.

Sistema FRCM con rete e matrice cementizia applicato su una muratura storica in tufo, con indicazione delle possibili incompatibilità.
Un sistema FRCM può essere qualificato, progettato e correttamente applicato senza che ciò risolva automaticamente il problema della compatibilità meccanica, igrometrica e materica con la muratura storica.

In realtà, quando la causa risiede nell’incompatibilità materica tra il tufo e il sistema cementizio applicato, l’intervento superficiale non modifica il comportamento della stratigrafia e finisce per rappresentare soltanto un nuovo tentativo di nascondere temporaneamente gli effetti di una scelta iniziale che non è stata rimessa in discussione.

Lo stesso problema si ripropone nei sistemi di rinforzo murario con FRCM quando matrici a prevalente componente cementizia vengono applicate su murature storiche in tufo e la valutazione si concentra quasi esclusivamente sulle prestazioni strutturali, sulla certificazione del ciclo e sulla capacità resistente, senza attribuire lo stesso peso alla compatibilità meccanica, igrometrica e materica tra il rinforzo e il supporto esistente.

Il fatto che un sistema sia qualificato, calcolabile e correttamente applicato non elimina infatti la necessità di interrogarsi sul comportamento dell’insieme nel tempo, soprattutto quando materiali molto differenti vengono resi solidali all’interno di murature che hanno raggiunto il proprio equilibrio attraverso decenni o secoli di esercizio.

5. Soluzioni apparentemente corrette e problemi rinviati

Un ragionamento analogo riguarda le impermeabilizzazioni liquide realizzate in piena aderenza su terrazzi e coperture soggetti a dilatazioni, deformazioni, movimenti dei supporti e riapertura delle fessurazioni, perché il rivestimento può risultare continuo e perfettamente impermeabile al momento dell’applicazione, ma la sua capacità di mantenere quella continuità dipenderà dal modo in cui riuscirà ad assorbire nel tempo le sollecitazioni provenienti dal supporto.

La questione assume particolare rilievo anche dal punto di vista normativo.

La UNI 8178-2 fornisce infatti le indicazioni per la progettazione e la scelta degli elementi e degli strati funzionali dei sistemi di copertura continua, mentre i sistemi impermeabilizzanti liquidi applicati in opera sono valutati a livello europeo attraverso specifici documenti di valutazione, come l’EAD 030350-00-0402 per i Liquid Applied Roof Waterproofing Kits.

La qualificazione del prodotto o del kit, tuttavia, non equivale automaticamente alla dimostrazione che ogni rivestimento liquido possa essere considerato, in qualunque configurazione, un sistema primario impermeabile autonomo e durevole.

Il punto critico non riguarda quindi soltanto la capacità iniziale del materiale di impedire il passaggio dell’acqua, ma il comportamento dell’intero sistema rispetto alle fessurazioni, ai giunti, alle discontinuità, alle variazioni termiche, alle deformazioni del supporto e ai dettagli costruttivi.

Un rivestimento applicato in completa aderenza trasferisce infatti su di sé buona parte dei movimenti del sottofondo e, quando questi superano la sua capacità deformativa o interessano zone non adeguatamente trattate, la continuità apparente può interrompersi proprio nei punti nei quali la funzione impermeabile dovrebbe essere maggiormente garantita.

L’impermeabilizzazione non può quindi essere valutata soltanto osservando una superficie continua appena ultimata, ma deve essere considerata come parte di un sistema nel quale pendenze, giunti, raccordi perimetrali, scarichi, soglie, attraversamenti, preparazione del supporto, deformabilità e modalità di adesione concorrono tutti alla durabilità del risultato.

Rivestimento impermeabilizzante liquido aderente su una copertura, con fessura del massetto e possibile percorso dell’infiltrazione.
La continuità visiva del rivestimento al termine della posa non garantisce che il sistema mantenga nel tempo la propria funzione quando il supporto si muove, si fessura o presenta dettagli costruttivi inadeguati.

In assenza di questa lettura complessiva, il rivestimento può offrire una risposta iniziale soddisfacente e rinviare semplicemente la comparsa delle infiltrazioni al momento in cui il supporto tornerà a muoversi o a fessurarsi.

Allo stesso modo, realizzare un vespaio o una camera d’aria sotto un pavimento non significa aver eliminato l’umidità dalle pareti perimetrali portanti.

Il nuovo spazio ventilato può modificare le condizioni del terreno e del piano di calpestio, ma non interrompe automaticamente l’alimentazione capillare delle murature, non elimina l’acqua già presente nei materiali e non impedisce che le pareti continuino a scambiare umidità con il terreno o con l’ambiente.

Anche in questo caso il lavoro può essere eseguito correttamente e produrre un manufatto perfettamente funzionante rispetto alla propria funzione, senza però risolvere il fenomeno per il quale il committente riteneva fosse stato realizzato.

La stessa contraddizione si manifesta quando pitture occlusive vengono applicate sopra intonaci e rasature scelti per la loro capacità di favorire la diffusione del vapore, perché una stratigrafia non resta traspirante per il solo fatto che alcuni suoi strati possiedano elevata permeabilità.

Se la finitura conclusiva introduce una resistenza molto superiore, il comportamento dell’intero sistema viene condizionato dallo strato più limitante, con il risultato che la scelta iniziale di materiali aperti alla diffusione può essere vanificata proprio dall’ultima lavorazione, spesso considerata soltanto sotto il profilo estetico.

Anche l’impiego di calcestruzzi porosi in elementi o situazioni nei quali sarebbe richiesta una reale tenuta all’acqua mostra quanto sia pericoloso sovrapporre concetti differenti.

Un materiale può assorbire meno acqua rispetto a un altro, può essere additivato, può presentare una matrice più compatta o una migliore durabilità, ma ciò non significa automaticamente che sia impermeabile.

Quando la prestazione richiesta è l’assenza di passaggio d’acqua, la porosità, la continuità dei capillari, le fessurazioni, i giunti costruttivi e le riprese di getto diventano aspetti decisivi che non possono essere risolti attraverso una semplice definizione commerciale o affidandosi all’idea generica di un calcestruzzo «impermeabilizzato».

In tutti questi casi la soluzione può apparire tecnicamente corretta, essere accompagnata da prodotti qualificati e risultare persino ben eseguita, senza però modificare davvero il meccanismo che ha originato il problema.

Il risultato non viene quindi necessariamente risolto, ma rinviato.

6. Anche l’efficienza energetica richiede una lettura più ampia

Nel campo dell’isolamento termico il rispetto della trasmittanza di progetto non esaurisce la valutazione della soluzione.

Isolare un tetto o una copertura mediante lane di roccia o di vetro significa impiegare materiali fibrosi che possono offrire buone prestazioni termiche e un comportamento favorevole al fuoco, ma la loro efficacia nel tempo dipende anche dalla densità, dal contenimento, dalla resistenza alla deformazione, dalle condizioni di posa, dalla protezione dall’acqua e dalla capacità della stratigrafia di evitare scorrimenti, schiacciamenti o discontinuità.

Analogamente, isolare le pareti esterne con un sistema in EPS non può essere valutato soltanto attraverso il miglioramento energetico e la correttezza della posa, perché l’introduzione di un materiale combustibile su una facciata impone di considerare anche il comportamento al fuoco dell’intero sistema, la configurazione dell’edificio, le fasce di compartimentazione, i dettagli attorno alle aperture e le possibili vie di propagazione.

Casa con tetto piano isolato mediante pannello giallo e pareti isolate con pannello grigio, con simboli di resistenza a compressione e comportamento al fuoco.
La prestazione termica non esaurisce la valutazione dell’isolante: in copertura assumono particolare rilievo resistenza a compressione, deformazioni, carichi e acqua; in facciata anche il comportamento al fuoco del sistema.

La soluzione può soddisfare pienamente alcuni requisiti e risultare tuttavia più debole rispetto ad altri aspetti che non sono stati considerati con pari attenzione.

Questi esempi non dimostrano che ogni intonaco cementizio, ogni FRCM, ogni impermeabilizzazione liquida, ogni vespaio, ogni pittura, ogni calcestruzzo, ogni lana minerale o ogni sistema in EPS debbano essere esclusi in assoluto.

Dimostrano piuttosto che nessun materiale e nessuna tecnica possono essere giudicati al di fuori del contesto nel quale vengono utilizzati, delle prestazioni realmente richieste e delle interazioni che si produrranno con il manufatto esistente.

7. Il momento della consegna non è la verifica qualitativa dell’intervento

Uno dei principali equivoci dell’edilizia contemporanea deriva dalla tendenza a giudicare il risultato attraverso l’immagine del cantiere ultimato, quando le superfici sono nuove, le cromie uniformi, i dettagli appena completati e ogni trasformazione appare ordinata e definitiva.

È il momento nel quale l’opera viene fotografata, pubblicata, presentata, premiata e assunta come testimonianza del valore del progetto, ma è anche il momento nel quale il comportamento futuro dei materiali non si è ancora espresso.

La fotografia registra un istante, mentre la fisica registra un processo.

Un intonaco incompatibile può apparire perfetto per alcuni anni, una copertura può risultare asciutta fino alla prima fessurazione significativa, un isolante può garantire la prestazione prevista prima che deformazioni o infiltrazioni ne modifichino la continuità, una pittura può mantenere inizialmente una superficie uniforme mentre l’umidità e i sali continuano ad accumularsi negli strati sottostanti.

Per questa ragione il successo dell’intervento non coincide con la sua inaugurazione e non può essere certificato dalla sola qualità estetica iniziale, perché la reale verifica comincia quando il cantiere è concluso e l’edificio torna a essere sottoposto alle condizioni ordinarie di esercizio, alle variazioni climatiche, all’acqua, ai carichi, ai movimenti e a tutte le azioni che nel tempo rivelano la coerenza o l’inadeguatezza delle decisioni assunte.

Lo stesso casolare al termine dei lavori e dopo 6 mesi, 2 anni, 5 anni, 10 anni e 15 anni, con degrado progressivo della facciata.
La consegna documenta un istante. La verifica qualitativa appartiene al tempo e al comportamento dell’opera nelle condizioni reali di esercizio.

8. La tecnica riduce l’incertezza, ma non la elimina

Studiare, osservare, eseguire prove, confrontare casi analoghi, approfondire la letteratura tecnica, ricostruire la storia dell’edificio e monitorarne il comportamento sono attività indispensabili perché consentono di ridurre il margine di errore e di rendere le decisioni più fondate, ma nessuna di esse elimina completamente l’incertezza.

Ogni intervento sul costruito rappresenta, almeno in parte, una previsione del modo in cui un sistema complesso reagirà a una trasformazione, e proprio per questo la competenza non coincide con l’infallibilità, ma con la capacità di formulare ipotesi più solide, riconoscere i limiti delle informazioni disponibili e valutare preventivamente le conseguenze delle scelte.

L’esperienza può rendere più rapida la lettura di alcuni fenomeni e consentire di riconoscere errori già osservati in passato, ma non costituisce da sola la prova che ogni nuova interpretazione sia corretta.

Allo stesso modo, l’autorevolezza di chi parla non può sostituire la dimostrazione tecnica, perché una tesi non diventa vera per effetto del prestigio, del numero di incarichi, della notorietà accademica o dei riconoscimenti ottenuti.

Resta quindi un dilemma che non può essere risolto attraverso dichiarazioni di competenza o reciproche attribuzioni di autorevolezza: il committente deve affidarsi a qualcuno prima che il risultato possa essere verificato, mentre il tecnico deve assumere decisioni sapendo che la certezza assoluta non gli appartiene.

Ciò che può essere richiesto è la solidità del percorso, la coerenza delle motivazioni, la trasparenza delle ipotesi, la conoscenza dei materiali e la capacità di prevedere i possibili meccanismi di degrado, ma il verdetto definitivo resta necessariamente differito.

9. L’ultima parola non spetta a noi

Alla fine, esiste un giudice che non partecipa ai convegni, non assegna premi, non legge i curriculum e non si lascia convincere dalla qualità delle fotografie, dalla notorietà di uno studio o dalla sicurezza con la quale viene esposta una tesi.

Quel giudice è la fisica, insieme alla chimica dei materiali, che continua ad agire anche quando il cantiere è stato chiuso, la relazione è stata archiviata, il progetto è stato pubblicato e l’intervento viene ormai considerato concluso.

Il tempo non fa altro che consentire a questi processi di manifestare le conseguenze delle condizioni ambientali, delle caratteristiche materiche e delle scelte assunte.

Se i materiali sono compatibili, se i movimenti sono stati considerati, se l’acqua è stata realmente governata, se la stratigrafia mantiene il proprio equilibrio e se le prestazioni richieste sono state interpretate correttamente, l’intervento potrà attraversare decorosamente la propria vita in esercizio.

Quando invece una decisione modifica negativamente la porosità, ostacola gli scambi, introduce rigidità incompatibili, concentra le tensioni o altera un equilibrio formatosi nel tempo, il degrado può essere inizialmente nascosto, rallentato o corretto solo in apparenza, ma tenderà prima o poi a riemergere.

Il caso del bassorilievo veneziano in pietra calcarea raffigurante un angelo con scudo, attribuito ad Antonio Rizzo e datato alla seconda metà del XV secolo, mostra con particolare evidenza quanto il tempo non debba essere inteso come una semplice successione lineare di anni.

Sequenza fotografica del bassorilievo veneziano Angelo con scudo negli anni 1978, 1991, 2005, 2007 e 2008, con progressiva perdita della superficie lapidea.
Antonio Rizzo, bassorilievo raffigurante un angelo con scudo, seconda metà del XV secolo, pietra calcarea, Venezia, Cannaregio. La sequenza 1978-2008 documenta la rapida perdita di materia determinata dalla progressiva solfatazione della pietra. Fonte: Beatrice Boaretto, “L’impatto dell’inquinamento atmosferico sul patrimonio culturale italiano”.

Il manufatto era giunto fino alla seconda metà del Novecento in condizioni ancora leggibili, dopo oltre cinque secoli di esposizione, ma nel giro di pochi decenni la sua superficie ha subito una progressiva e quasi completa disgregazione.

La sequenza fotografica del 1978, 1991, 2005, 2007 e 2008 rende visibile questa accelerazione, mostrando come un’opera capace di attraversare secoli possa perdere in un tempo relativamente breve gran parte della propria materia e della propria leggibilità.

La solfatazione della pietra calcarea, l’inquinamento atmosferico, le piogge acide, l’ambiente lagunare e gli interventi protettivi o consolidanti non compatibili hanno concorso a modificare profondamente le condizioni nelle quali il manufatto aveva raggiunto e mantenuto il proprio equilibrio.

In casi come questo, il problema non consiste soltanto nell’azione di un singolo agente, ma nell’interazione tra materia, ambiente e interventi, perché una pietra non reagisce alle intenzioni del restauratore, alla qualità formale del progetto o alla reputazione del prodotto utilizzato, ma esclusivamente alle trasformazioni fisiche e chimiche che le vengono imposte.

Anche un trattamento applicato con finalità protettive può quindi produrre conseguenze opposte a quelle attese quando altera la distribuzione dei pori, modifica la permeabilità, irrigidisce localmente il materiale, concentra i sali o ostacola i normali meccanismi di evaporazione.

Il fatto che un intervento sia stato studiato, autorizzato, eseguito con attenzione o sostenuto da una determinata cultura tecnica non impedisce che il tempo ne riveli l’inadeguatezza.

Per questo «avere fatto i lavori» descrive soltanto un fatto materiale e non contiene alcuna garanzia implicita di soluzione.

Il valore dell’intervento dipende dalle decisioni che lo hanno preceduto, dalla qualità con cui è stato eseguito e, soprattutto, dalla sua capacità di rispettare il comportamento della materia nel tempo.

Nessun progettista, impresa, produttore, restauratore o committente può sottrarsi a questa verifica, perché la fisica e la chimica non stabiliscono chi sia stato più autorevole, più premiato o più convincente.

Stabiliscono soltanto se l’intervento ha funzionato.